Livorno - "Mi chiamo Evaristo, scusate se esisto". Cominciava così la lettera che Evaristo Beccalossi inviò alla Gazzetta dello Sport dopo la sua esclusione dai 22 che andavano a comporre la rosa degli azzurri che avrebbero vinto il campionato del mondo del 1982 in Spagna, in aperta polemica con il commissario tecnico Enzo Bearzot, che mai lo prese in considerazione per la maglia azzurra della nazionale maggiore, perchè mal digeriva il suo egoismo tattico, ritenendolo poco incline a far gruppo. Esclusione che creò non pochi attriti tra Bearzot ed i più grandi giornalisti sportivi italiani del tempo che non approvavano il suo ostracismo al calciatore. Quanti ricordi di quei dribbling e di quei gol, facenti parti di un calcio italiano che all'epoca sfornava campioni veri, rispetto alla desolazione dei tempi moderni, con la Nazionale relegata in terza fascia, tra le squadre mediocri, incapace di qualificarsi per un campionato del mondo per ben 3 volte di seguito. Beccalossi, gioellino del Brescia, fu portato a Milano, sulla sponda dell' Inter, da Sandro Mazzola, per metterlo agli ordini del sergente di ferro Eugenio Bersellini con il quale avrebbe vinto lo scudetto nella stagione 1979/80. Il ricordo che ho di lui fa un po' parte della mia vita, dei miei 20 anni, che, ormai , sono passati da molto tempo.e mi riconduce all'estate del 1982, quella del titolo mondiale conquistato in Spagna meno di due mesi prima. Io ed il mio amico Roberto, oggi stimato professore di psicologia cognitiva alla University College of London, allora ventenni, partimmo per un viaggio epico a bordo di una A112 piuttosto scassata, dopo aver lavorato tutta l'estate su una nave traghetto che faceva la spola tra Livorno e la Corsica e dopo aver vissuto, assieme all'equipaggio, l’euforia della vittoria dell’Italia al Mondiale di Spagna.
Facemmo un giro tra Veneto, Trentino Alto Adige e Lombardia, andammo sul Garda, al Vittoriale, poi su fino a Bolzano, e infine a Milano, per rivedere alcune amiche conosciute sulla nave. Fu lì che vivemmo la nostra prima esperienza a San Siro. Non fu solo una partita: fu un piccolo pezzo di storia calcistica, ma anche l’occasione per scoprire il lato umano di un campione. Passando per caso di fronte allo Stadio San Siro (allora si chiamava così) senza il terzo anello, ci accorgemmo che quella sera di fine agosto L'Inter giocava una partita di Coppa UEFA contro lo Slovan Bratislava. Decidemmo di parcheggiare, fare il biglietto ed entrare. Lo stadio era molto più a misura d'uomo di adesso, non c'erano barriere tra i settori e ognuno poteva sedersi dove voleva, noi ci accomodammo nei distinti, nel rettilineo del primo anello. Era un Inter piena di neo campioni del mondo: Bordon, Bergomi, giovanissimo, Collovati, Marini, Altobelli, Oriali e i due stranieri, il brasiliano Juary, prelevato dall'Avellino ed il fuoriclasse tedesco Hans Muller, vice campione del mondo. In panchina sedeva Rino Marchesi. Fu una partita strana, i cecoslovacchi (allora il muro di Berlino non era ancora caduto e si chiamavano così) erano avversario tosto, arcigno per una squadra con tanti campioni che da poco aveva iniziato la preparazione. Era una serata calda e i tifosi nerazzurri commentavano con distacco e senso dell'umorismo la prestazione poco esaltante della propria squadra. Per noi ragazzi che venivamo da Livorno, per la prima volta a San Siro, reduci da una stagione degli amaranto travagliata, l'ultima del presidente Martelli, culminata in un fallimento a metà stagione, ma terminata con una salvezza raggiunta nelle ultime giornate, faceva strano che dei tifosi ridacchiassero per gli interventi poco incisivi di tanti campioni che vedevamo dal vivo per la prima volta, noi, che quell'anno avevamo esultato per Cavalieri, Celandon, Signorini, poi diventato libero di gran classe e pilastro della Roma e del Genoa, purtroppo prematuramente scomparso, Favarin, Masala, Rossi, Grossi e Ricciarelli. Dopo un primo tempo anonimo e sofferto, l'Inter al 50' usufruì di un calcio di rigore e sul dischetto si presentò con sicurezza Beccalossi che calciò a lato della porta difesa dal portiere Mana. Pochi minuti dopo l'arbitro assegnò un altro rigore ai nerazzurri. Evaristo, nervoso, non voleva presentarsi sul dischetto, ma fu quasi costretto a farlo dai compagni che quasi lo spinsero al centro dell'area di rigore. Beccalosi svogliato, tirò addosso al portiere e mise fuori il tiro che effettuò sulla respinta, il tutto fra i lazzi dei "Bauscia" interisti sugli spalti di San Siro. La cosa indispettì notevolmente l'Evaristo che si mise a litigare con i compagni e buon per l'Inter che nei minuti finali ci pensarono Altobelli e Sabato a mettere a posto risultato e qualificazione al turno successivo.
Beccalossi apparteneva a un calcio fatto di talento, fantasia, imperfezioni e cuore, forse questa è la definizione migliore per un campione che per quasi 10 anni legò i suoi destini ai colori nerazzurri, per poi passare da Sampdoria, Monza, tornare a Brescia, Barletta e terminare la carriera a Pordenone,. Forse proprio per questo è rimasto nella memoria di tanti.
Riposa in pace, Evaristo.
Autore: Paolo Verner / Twitter: @amarantanews
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